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Ficha de importador y Ficha de bodega: Consejos

martes, 6 de diciembre de 2016

Vi racconto come ragiona un distributore


Vi racconto come ragiona un distributore

"Inglese di nascita, italiano d'adozione, non mi occupo di vino ma ho maturato una grande esperienza prima nel campo della vendita e poi della distribuzione. Avendo vissuto entrambe le realtà, posso cercare di guidarvi nella mente di un distributore, farvi capire cosa si aspetta da voi e cosa vuole."


Vi racconto come ragiona un distributore
Mark Bicknell  

Come ragiona un distributore? Questa è la domanda che molti esportatori dovrebbero porsi quando devono incontrare un buyer, importatore o distributore che sia a seconda delle diverse realtà. Anzi, facciamo un passo indietro: perché dovrebbero porsela? Perché in molti casi la trappola a cui andiamo incontro come venditori (produttori o export manager) è quella di andare dal distributore e parlare della nostra azienda, del nostro prodotto, dei nostri obiettivi. Tuttavia chiunque affronti un incontro d'affari di questo tipo dovrebbe sapere che il distributore tratta centinaia di referenze e per lui il problema è la gran quantità di prodotti che gli arrivano, il tempo per trattarli e lo spazio per stoccarli. Per chi acquista il punto della questione è "come questo nuovo prodotto può integrarsi con la mia strategia di business? Che vantaggio ne traggo io?".

A seconda del mercato e della grandezza del distributore, sono diversi anche i criteri di selezione:

1) Nome: certi distributori cercano brand conosciuti e già ben posizionati in modo che si vendano più facilmente. Questo non vale per tutti. Molti non voglio farsi condizionare da nomi troppo pesanti;
2) Esclusiva: certi cercano l'esclusiva per tutelarsi dalla concorrenza;
3)Stock: il distributore vuole avere meno stock possibile. Quantità minime di prodotto, velocità di rotazione del magazzino, velocità di rifornimento e garanzie su sconti e altre operazioni commerciali da poter applicare sulla merce in stock da troppo tempo, questi sono i suoi obiettivi;
4) Coerenza con il proprio business e con le richieste della clientela: per questo è assolutamente essenziale fare delle ricerche preventive, cercare informazioni tramite un network di colleghi e professionisti del settore, capire quali sono gli altri brand nel portfolio del distributore e come poter presentare un prodotto che abbia un valore aggiunto. Soprattutto bisogna cercare di non essere solo un numero nel suo portfolio;
5) Marketing: il distributore sempre più si aspetta attività congiunte con la controparte. Non solo vendita ma una vera e propria partnership con un produttore che sia sempre più coinvolto e che lo aiuti a vendere.

Su quest'ultimo punto è importante sapere che ad un incontro con un distributore è molto probabile che se noi entriamo pensando al vino, lui sicuramente entra pensando a cosa possiamo dargli oltre al vino. Credere che il distributore farà tutto il lavoro al posto nostro è un grande errore. Il suo compito è quello di creare le condizioni per aiutarci a vendere.

Un approccio che tenga conto di questi ragionamenti permetterà di costruire una relazione con il distributore, poiché gli dirà che capiamo le sue problematiche, che ci mettiamo nei suoi panni e che il nostro obiettivo è aiutarlo e non essergli d'intralcio.

Detto questo, come ci si presenta ad un distributore? La presentazione deve essere brevissima e fatta su misura per l'interlocutore. Poniamo che se noi abbiamo dieci cose da dire, non più di due sono realmente interessanti per lui. Bisogna cercare di capire quali sono quelle due e lo si fa, come detto, preparandosi molto bene prima dell'incontro. Dopodiché è essenziale fare domande: come lavora con i fornitori? Cosa vuole? Cosa gli serve? Anche domande dirette di questo tipo possono essere utili. Questo per il semplice motivo (semplice in teoria, nei fatti un po' meno) che le persone preferiscono parlare anziché ascoltare. Quindi se noi parliamo meno e ascoltiamo di più, abbiamo un enorme vantaggio già in partenza. E questo vale con chiunque, non solo con il nostro distributore. L'ascolto è un potentissimo strumento di vendita.

Fonte di informazioni: WineMeridian
                        

miércoles, 30 de noviembre de 2016

Chablis’ Domaine Laroche has announced it intends to introduce Amorim’s new ‘NDtech’ corks for its premier and grand cru wines. Comment of Wines Inform Assessors

Laroche adopts Amorim’s ‘NDtech’
Chablis’ Domaine Laroche has announced it intends to introduce Amorim’s new ‘NDtech’ corks for its premier and grand cru wines.

The domaine made a big statement 10 years ago when it announced it was going to bottle its wines under screwcap but earlier this year it said it was going back to cork.

It has clearly been persuaded by Amorim’s guarantees that its new non-detectable technology effectively rules out the possibility of 2,4,6-Trichloroanisole (TCA).

The domaine’s vineyard and wine director, Grégory Viennois, said in a statement: “When it is essential to enable the wine to express its purest expression in the consumer’s glass, one cannot accept that it is spoilt or deteriorated by an inadequate closure.

“When Amorim presented their new NDtech cork, we immediately saw the progress offered to avoid TCA problems in our wines and secure them at their best.”

The new corks will be adopted from the 2015 vintage onwards.

The NDtech corks are the result of a €10 million research and development project carried out by Amorim to scan corks for TCA.

Any cork with more than 0.5 nanograms of TCA per litre (parts per trillion) is removed from the supply chain.

Speaking to the drinks business at the recent Intervitis fair in Stuttgart, Amorim’s marketing and communication manager, Carlos de Jesus, explained that a partnership with a specialist firm based in Cambridge in the UK, has sped up the scanning process considerably, cutting what is otherwise a 14 minute process into one that lasts just seconds.


Comment of Wines Inform Assessors:

After the decisión of best quality winery Penfolds, see Penfolds to up focus on glass closures. Penfolds’ chief winemaker does not believe screwcaps are the future of closures it seem there are a trend to recover cork closures



Origin information: The Drink Business

miércoles, 23 de noviembre de 2016

Promarca responde a Mercadona y habla de "prácticas inaceptables"...Comentario de Wines Inform Assessors

Promarca responde a Mercadona y habla de "prácticas inaceptables"


Los fabricantes insisten en sentirse indefensos ante las prácticas de algunas cadenas de supermercados en nuestro país.
      

En la mañana del lunes, Mercadona hizo gala en Madrid de su capacidad de innovación, haciendo valer su estrategia comercial basada, en gran parte, en la potenciación de sus marcas propias. Horas más tarde, en Barcelona, llegó la respuesta de las marcas de fabricante, representadas por Promarca, que volvieron a insistir en cómo las denominadas 'marcas blancas' están destruyendo empleo en España.

El estudio Impacto económico y social de las Marcas de Fabricante, elaborado y presentado ya en junio por Esade Brand Institute, concluye que el trasvase de la marca de fabricante, que emplea a más de un millón de personas, a la marca de distribución ha supuesto entre 2008 y 2014 la destrucción de 53.600 puestos de trabajo en España, pese al repunte registrado en 2011.

El presidente de Promarca, Ignacio Larracoechea, y la profesora del Departamento de Dirección de Marketing de Esade, Ana Varela, insistieron que las marcas de fabricante se han visto obligadas a reducir su contribución en impuestos al Estado, que ha dejado de ingresar 967 millones de euros en los últimos tres años. En total, apuntó Larracoechea, las MDF siguen aportando más de 9.000 millones de euros en impuestos, "lo que supone el 5,7% del total tributado y cinco veces más que las marcas de distribución".

En investigación y desarrollo, hay una desinversión neta de 133 millones de euros, un 37,7% menos sobre el valor inicial. Las MDF, comentó Varela, tienen un 76% de la inversión total en este concepto, mientras que las de distribución representan el 24% restante.

Larracoechea ha vuelto a insistir en que las marcas de fabricante "deberían estar mejor protegidas ante los productos de las marcas blancas". De hecho, indica que las cadenas de supermercados, sin mencionar a ninguna en concreto (aunque meses atrás ha dirigido sus críticas sobre todo a Mercadona), reclaman con nueve meses de antelación a los fabricantes los nuevos productos y "se trata de información privilegiada que el distribuidor no debería utilizar para su marca". "Es una práctica inaceptable", concluyó.

Comentario de Wines Inform Assessors:

Pienso que Mercadona no es el peor en temas de marcas blancas.

Normalmente se puede identificar el productor, que está citado por su nombre. Por el contrario la Cooperativa de Guissona, por citar un ejemplo, oculta la identidad del productor en la mayoría de los casos

Como consumidor valoro ante todo el productor y luego, cuando el distribuidor tiene una buena política de selección de los productos que vende, podría hacer caso de sus productos sin marca o sin marca reconocida.

En mi opinión un gran problema es cuando el consumidor poco atento identifica un producto que le gusta con una marca genérica de productos servidos por el distribuidor. Éste es el caso de las conservas de pescado de Aldi, cuya marca específica da visibilidad a diferentes productores y en caso de que cambien su proveedor el consumidor no se da cuenta. A la vez la marca ha perdido la fuerza de su identidad propia al quedar vendida con una etiqueta atractiva pero que no es de su propiedad

Wines Inform Assessors

Origen información: Gran Consumo

martes, 22 de noviembre de 2016

Blanco legítimo. Una variedad que viene del pasado para revolucionar los blancos gallegos

Blanco legítimo

Una variedad que viene del pasado para revolucionar los blancos gallegos

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Con el Blanco legítimo iniciamos en Cepas y Vinos una serie dedicada a esas “castes” autóctonas que tras un complejo trabajo de recuperación vuelven a los viñedos gallegos para quedarse.

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En 1987, bajo la dirección del Dr Mantilla y con la participación de Carmen Martínez y S. Pérez, se inició un trabajo de localización, descripción y conservación de antiguas variedades de vid de Galicia y Asturias. Parte de este trabajo culminó con la creación en 1993 de la colección de variedades de vid (casi un centenar) en la Misión Biológica de Galicia (CSIC). Posteriormente, ya bajo la dirección de Carmen Martínez, el trabajo continuó con la exploración de zonas vitícolas que aún no habían sido recorridas a fondo, lo que trajo consigo la localización de nuevas variedades.


Entre el grupo de las variedades blancas localizadas, destacaban unas cuantas que presentaban caracteres comunes y poco habituales: Blanco legítimo (Betanzos), Raposo (Boiro), Albarín blanco (Cangas de Narcea, Asturias), Blanco Verdín (Ibias-Asturias) y Blanco País (Negueira de Muñiz).


Los ejemplares localizados de estas variedades eran siempre centenarios, siendo el más antiguo uno de Raposo y otro de Blanco Verdín que, según los cálculos, podrían tener más de 300 años. El Blanco legítimo y el Albarín Blanco aparecían además, citados en la bibliografía como uvas blancas de excelente calidad y de cultivo muy antiguo en Betanzos y Asturias, respectivamente (Huetz de Lemps, 1967, y Suárez Cantón, 1879). En caso del Albarín blanco hay que decir que también bajo ese mismo nombre se encontraban dos tipos de cepas totalmente diferentes a nivel ampelográfico (homonimias).


Se realizó un estudio comparativo de todas ellas y el resultado fue que se trataba de la misma variedad, que había ido tomando nombres locales diferentes y que se extendía por la zona norte de Galicia y noroeste de Asturias. En el caso del Albarín blanco se comprobó que bajo este nombre convivían en la misma zona dos variedades diferentes, una de ellas, la más antigua y tradicional era similar a la citada, y la otra, posiblemente introducida después de la Filoxera, era en realidad la variedad francesa Savagnin blanc. Aunque fácilmente diferenciable para un ampelógrafo, el parecido de sus hojas y racimos con el Albarín blanco, hizo que los viticultores de la zona comenzaran a llamarle de la misma manera y se hiciera habitual plantar ejemplares de ambas en el mismo viñedo.


Las características más llamativas del auténtico Albarín blanco, Blanco legítimo, Raposo, Blanco verdín y Blanco del país son: Maduración temprana, fuerte sabor a moscatel que adquiere cuando llega a la plena madurez, así como la alta graduación alcohólica que puede llegar a alcanzar. Sus bayas son de forma ovalada, de color verde-amarillento, brillantes y con aspecto traslúcido. Además, las hojas presentan en todos los casos una morfología idéntica, aunque su tamaño puede variar según el tipo de parcela en la que se encuentra plantada.


El papel de la Fundación Juana de Vega en la recuperación del Blanco legítimo


En el año 2011, la Fundación Juana de Vega culminó un largo y ambicioso proyecto que tendrá como beneficiarios al sector vitivinícola de Betanzos y al vino gallego, en general. La investigación promovida y financiada por esta entidad se inició en el año 2007, con el fin de recuperar las variedades de Blanco legítimo y Agudelo, y estudiar su potencial para la producción de vinos blancos de calidad.


Esta investigación, en la que participaron la Misión Biológica de Galicia del CSIC y la Estación de Viticultura y Enología de Galicia (EVEGA), junto con la Asociación de Viticultores y Bodegueros de Betanzos y Comarca, tuvo como resultado la inclusión de las variedades Blanco legítimo y Agudelo en el Registro de Variedades Comerciales. De esta modo, se permitirá su comercialización, lo cual hasta ahora era imposible al no figurar en el registro de la Oficina Española de Variedades Vegetales


En este sentido, José Manuel Andrade, director de la Fundación, señaló al término del proyecto que “el objetivo conseguido contribuirá al incremento de las rentas de los viticultores de la zona y a un mayor desarrollo de las áreas rurales de la Comarca de las Mariñas y Betanzos”. Asimismo, aseguró Andrade, “es un paso más en la recuperación de la riqueza biológica de Galicia, que ve reconocidos unos productos que, sin esta investigación, no podrían salir de la esfera doméstica”.


El trabajo liderado por los investigadores Carmen Martínez (CSIC) e Ignacio Orriols (EVEGA), se inició con su marcado, por parte del grupo del CSIC, de un total de 346 cepas de las castas indicadas en distintos viñedos situados en Betanzos, Bergondo y Paderne, que fueron sometidos posteriormente a un completo estudio ampelográfico y análisis de ADN, con el objetivo en primer lugar, de verificar la autenticidad de varietal. Durante los cuatro años de la investigación, las cepas que no fueron descartadas fueron sometidas a un seguimiento a lo largo del periodo vegetativo, hasta su vendimia y posterior vinificación, y estudiadas desde un punto de vista agronómico y enológico. Con el objetivo de poder interpretar con precisión los resultados obtenidos, los investigadores contaron con estaciones agroclimáticas sobre el terreno.


Los estudios demostraron que la casta Branco legítimo, cultivada en Betanzos, es la misma que el Raposo del Barbanza, el Branco País de Negueira de Muñiz y el Albarín Blanco y Blanco Verdín de Asturias, se trata de una uva autóctona del noroeste peninsular, muy minoritaria pero bien adaptada a las condiciones climáticas de estas zonas. Que se sepa, no existe en ningún otro lugar del mundo. Por otro lado, el Agudelo resulto ser una variedad muy extendida en Francia, el Chenin Blanc, que en España se cultiva a pequeña escala en algunas denominaciones de Origen de Cataluña. No obstante, a pesar de ser castas cultivadas tradicionalmente en Betanzos como Branco legítimo y Agudelo, estos nombres no estaban reconocidos en la Lista de Variedades de Vid Comerciales, por lo que legalmente no pueden ser plantadas las cepas, ni etiquetados el vino bajo estos nombres.


Los investigadores del CSIC destacaron del Branco legítimo su ciclo vegetativo corto, que madura antes que el resto de las variedades, y que cuando alcanza plena madurez, adquiere un muy característico sabor a miel. Del Agudelo, subrayaron su mayor productividad, pero también que es más tardío y mucho menos aromático. Los datos climáticos recogidos en el estudio confirman que no todas las zonas de Betanzos son adecuadas para la obtención de vinos de calidad, y que deben ser cuidadosamente escogidas.


En cuanto a los estudios enológicos, los resultados obtenidos con Branco Lexítimo muestran para esta variedad un gran potencial aromático y un elevado grado alcohólico (en general superior a los 12 grados). Además, el hecho de que no sea una variedad excesivamente ácida, la hace interesante desde el punto de vista organoléptico. El Branco Lexítimo es apreciado por los viticultores y expertos por los buenos resultados que proporciona solo o en combinación con otras uvas gallegas.


Los resultados de este estudio fueron plasmados en un libro, que se distribuyó de forma gratuita a viticultores de Betanzos y a su comarca. Todos los datos de la investigación están a disposición de los productores para que puedan proceder al proceso de reconocimiento y legalización de estas variedades y para que puedan ampliar su cultivo conociendo los rendimientos que dan según las zonas elegidas y los sistemas agrícolas que se empleen.


La orden por la que se dispone la inscripción definitiva en el registro de variedades comerciales de estas dos castas salió publicada en el BOE con fecha del 24 de marzo de 2011.


Un proyecto premiado en Europa


En el año 2014, el proyecto de investigación impulsado y financiado por la Fundación Juana de Vega para la recuperación de las variedades de vid Branco legítimo y Agudelo en Betanzos y la Comarca fue seleccionado por la Dirección General de Agricultura y Desarrollo Rural de la Unión Europea entre más de treinta proyectos de diferentes países de la Unión, como ejemplo del establecimiento de Grupos Operativos de Innovación en el marco de la nueva programación de desarrollo rural para el período 2014-2020.
 

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Xosé Antonio Meixide, profesor del Centro de Formación y Experimentación Agroforestal de Guísamo y especialista en Blanco Legítimo

 “El panorama vitivinícola se ve reforzado con esta uva, que trae diversidad, complejidad y economía a diferentes áreas”

Xosé Antonio Meixide es profesor del Centro de Formación y Experimentación Agroforestal de Guísamo y uno de los mayores especialistas en esta variedad. Meixide nos habla en esta entrevista de las razones por las que un grupo de jóvenes productores ha decidido volver a apostar por la Blanca legítima, “una variedad de gran potencial que tira alto en el grado alcohólico, con una acidez típicamente altántica y, sobre todo, con una elevada intensidad aromática.


¿Cuáles son las principales características del Blanco legítimo?
Se trata de un variedad de gran potencial que tira alto en el grado alcohólico, con una acidez típicamente atlántica y, sobre todo, con una elevada intensidad aromática.


¿Por qué desapareció?


Era una uva que cumplía una función mixta de forma prioritaria para comer en fresco, situada en el contorno de la vivienda, en emparrados medio-altos. En el momento en el que se transforma el sistema agrario en Galicia, en los años 70-80, esta uva pasa a desaparecer de dichas “contornas” para formar parte en algunos casos de plantaciones mezcladas con otras castes más productivas y mejor adaptadas a podas cortas para formaciones en espaldera.


¿Cómo fue posible su recuperación?


Fue posible gracias a una conjunción de diferentes actores: por una parte, viticultores que de forma secular la conservaron a través del tiempo, a ello hay que unirle un grupo de viticultores jóvenes que supieron ver el potencial de dicha casta y la introdujeron en sus plantaciones. Todo ello estuvo acompañado de la labor de la Administración y otros entes como la Fundación Juana de Vega, centros de investigación y Formación Agraria, Agencias de extensión, asociaciones de viticultores y bodegueros que hicieron posible entre todos que esta variedad adquiriese el interés necesario para su recuperación.


¿Se trata de una uva autóctona de Galicia?


Es una casta autóctona que está recogida en el Catálogo de Variedades Comerciales Gallega y España, y distribuida en España, principalmente en Asturias y Galicia.


¿En qué zona se cultivaba?


Se cultiva principalmente en Asturias, bajo la denominación de Albarín y en Galicia, con los nombres de Branca Lexítima, en la IXP Viños da Terra de Betanzos y Comarca, así como Raposo en la IXP Barbanza-Iria y Branca País en Negueira de Muñiz. Estas ubicaciones coinciden actualmente con la mayor representación de productores y transformadores de dicha uva.


¿Cuántos productores de Blanco legítimo hay hoy en día en Galicia?


Bodegas existentes en Galicia que producen vinos monovarietales de Blanca legítima o en mezcla con otras variedades podemos hablar en torno a una quincena. En productores en Galicia de autoconsumo y loureiros (Betanzos) está muy representada dicha variedad, pero en pequeña escala. Dada la calidad de dicha uva son cada vez más los productores, tanto a pequeña escala como en nuevas iniciativas empresariales de mayor entidad.


¿En qué tipo de terreno se da mejor esta variedad?


Más que terreno deberíamos hablar de estación, es decir, la conjunción del suelo con el clima, siendo característicos los terrenos de procedencia granítica, bien drenados con buenas orientaciones en clima de influencia atlántica. De esto deducimos su localización prioritaria en el atlántico norte de Galicia. No podemos hablar de áreas geográficas extensas sino de áreas microclimáticas que pueden estar muy separadas como es el caso de Betanzos y comarca, con respecto a Negueira de Muñiz. Las comarcas recogidas en la actualidad bajo la figura de denominación de calidad en base a un origen no quiere decir que no pueda ser más extensa. Lo correcto es buscar áreas, que en general forman parte de la tradición histórica, que dan lugar a mejores cosechas.


¿Qué aporta esta variedad al panorama vinícola?


Galicia, podemos decir sin lugar a dudas, tiene los mejores vinos blancos del mundo. De esto deducimos que el listón está muy alto. ¿Esto quiere decir que el espacio está todo ocupado? No, la variedad Blanca legítima no se solapa con otras castas blancas gallegas, sino que más bien se complementa ya que ésta es una casta de ciclo corto, donde su espacio está perfectamente delimitado.


 No quiere decir esto que no pueda compartir terreno con otras castas blancas en otros espacios geográficos gallegos para diversificar y enriquecer, pero su estación natural no deja lugar a dudas. De esto deducimos que el panorama vitivinícola se ve reforzado con esta uva, que trae diversidad, complejidad y economía a áreas que, por otra parte, tienen mucha población y pueden dar lugar a vinos donde la misma se vea identificada con un producto de proximidad y de máxima calidad.


Usted es uno de los mayores especialistas en la misma, ¿qué le atrajo de la Blanca legítima?


De la Blanca legítima me atrajo de manera inicial que fuera algo nuestro, que nuestros abuelos y padres la conservasen a través del tiempo y que tuviera recuerdos de moscatel gallego. Al mismo tiempo, después de plantarla y hacer experimentación en bodega y campo durante más de 15 años, comprobar año tras año su potencial y la predisposición a su consumo.


¿Quedan todavía muchas variedades autóctonas por recuperar?


El problema de Galicia y sus castas autóctonas no es tanto que pueda haber más que no estén clasificadas como tales, sino que se siga trabajando y mejorando con las ya existentes. Esto quiere decir que hay mucho trabajo que seguir desarrollando con nuestras castas, no sólo para conocerlas mejor y mejorarlas, sino también para hacerlas más nuestras y más difíciles de imitar en otras latitudes. El mundo globalizado no trabaja con denominaciones de origen, trabaja con nombres famosos de castas muy universales, por tanto si Europa quiere seguir trabajando con territorio tiene que ligar las castas autóctonas al mismo, de lo contrario tendremos la batalla perdida. De esta manera seremos capaces de seguir haciendo vinos únicos en territorios exclusivos. La casta Blanca legítima y las comarcas donde se desarrolla están canalizadas para lograr esto mismo.


foto i + D
 

Las bodegas Panchín y Sidrón también apuestan por esta variedad

Sidrón

Manuel Cancio y Francisco Javier San Román son dos viticultores de Negueira de Muñiz que han decidido apostar por el Blanco legítimo y para ello han contado con el asesoramiento del enólogo Roberto Regal

Manuel Cancio, de Adegas Panchín, fue, de los dos, el primero en decidirse por hacer un vino con esta variedad. En su caso asegura que en Negueira de Muñiz (Lugo) siempre hubo Blanco legítimo y que era la variedad, de todas las que se daban en su zona, “que mejor sabor tenía”. Cuando tuvo claro que quería recuperarla, pocos confiaban en que el proyecto fuera para adelante, “pero salió bien, siempre confié en que iba a dar un buen vino y el tiempo me ha dado la razón”. Cancio asegura que si pruebas estas uvas, te enamoran: “Son realmente espectaculares en boca”.


Su relación con el Blanco legítimo viene de muy atrás, “mis abuelos y mis padres ya tenían esta variedad en el viñedo pero ellos la utilizaban para mezclar con otras uvas y hacer un vino tinto diferente”. Su experiencia personal data de hace 13 años cuando en 2002 sacó sus primeras botellas: “Ahora el vino está todavía mejor, las cepas son más viejas, tienen más raíz y se nota la diferencia”. Para Manuel Cancio está claro que el tiempo ha enriquecido la expresividad de esta variedad, “ahora tiene más calidad”.


Para explicar su sabor a los no iniciados, el productor de Negueira de Muñiz asegura que se encuentra a medio camino entre la uva Godello y la Albariño, “aunque el aroma es mucho más potente”. Para él, su buena acidez convierte al Blanco legítimo en un “vino redondo que aún a 14º mantiene una acidez impecable”. Por último, el propietario de Adegas Panchín asegura que la variedad es tan potente “que aún tiene que dar mucho de sí”.


Por su parte, Francisco Javier San Román, de la bodega Sidrón, coincide con Cancio en la gran calidad y expresividad de esta uva. San Román reconoce que en el caso de esta “caste” es Manuel Cancio el gran protagnista ya que fue el primero que se atrevió a sacar un vino de Blanco legítimo, “yo fui por detrás, lo seguí porque vi lo bien que funcionaba la variedad”.


La buena aceptación del vino hecho con Blanco legítimo se debe, según nos explica este joven viticultor, a que “tiene un aroma impresionante, más que cualquier otra variedad gallega, y se trata de una uva muy equilibrada, de ahí que guste tanto”. El dueño de Sidrón sacó su Blanco Legíitimo hace ya tres años y la única pega que le pone a esta iniciativa es “no tener más vino porque el mercado nos está demandando más, pero no hay”.


Ambos viticultores contaron con el asesoramiento del enólogo lucense Roberto Regal en la puesta en marcha de ambos proyectos.
 

Felicísimo Pereira y Marcial Pita, Bodegas “El Paraguas”

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“El Blanco legítimo es seguramente la última gran uva gallega por descubrir al mundo”

Felicísimo Pereira y Marcial Pita, de Bodegas El Paraguas, han sido de los primeros productores en apostar por el Blanco legítimo. El pasado 28 de septiembre vendimiaron 50 kilos de uva seleccionada grano a grano del viñedo de Esmelle, que tienen en el CFEA de Guísamo, donde desarrollan varios proyectos de I+D relacionados con esta variedad. Aunque este vino no será comercial, “es una buena base para saber cómo se comportara la Blanco legítimo en Ferrol”. Si vienen un par de añadas buenas, seguramente en 2017 Felicísimo Pereira y Marcial Pita elaborarán un Blanco legítimo de carácter comercial.


¿Cómo llegaron al Blanco legítimo, cómo conocieron esta variedad?


Felicísimo: No podría decirte cuándo conocimos la existencia de la Blanco legítimo por primera vez, pero hace más de una década o tres lustros, ya que recorremos los viñedos de Galicia y del resto del mundo, catamos para los consejos reguladores y algunos concursos, y probamos vinos de todas las zonas que podemos y más. Lo que sí te puedo decir es que desde el principio interpretamos que, en la mayoría de los casos, el tratamiento vitícola no se correspondía con las aptitudes que entendemos que tiene esta casta de uva, seguramente la última gran uva gallega por descubrir al mundo, a pesar de que, paradójicamente, es la uva documentada más antigua de Galicia.


Ha puesto en marcha una iniciativa con Branco Lexítimo en Esmelle (Ferrol). ¿Por qué esta zona y por qué esta variedad?


Marcial : Mi familia puebla el valle de Esmelle desde hace más de dos siglos. El conocimiento de la zona, el estudio de los suelos -graníticos, muy interesantes para el proyecto de I + D que desarrollamos-, la posibilidad de trabajar con una uva de ciclo corto, la selección de los clones, la implicación de Felicísimo Pereira y, por supuesto, el cambio climático provocaron que nos decantáramos por esta apuesta.


¿Cómo está siendo la experiencia, es lo que esperaba o ha habido sorpresas?


Marcial: En una zona sin tradición vitivinícola para los vinos de calidad – estamos situados medio grado por debajo de Burdeos y, hasta donde sabemos, cultivamos el viñedo más septentrional de España-, cada día aprendes cómo se va comportando la vid según la naturaleza. La filosofía que transmite Felicísimo en el viñedo, en la que considera cada planta como un miembro de una unidad familiar, nos permite mimar a cada una de las cepas que tenemos en Esmelle de una manera diferente. Hasta este remoto lugar brutalmente atlántico nos hemos traído cinco clones diferentes de blanco legítimo, procedentes de diferentes puntos de Galicia y Asturias. Y, claro, hay sorpresas, agradables y desfavorables. Pero no estamos preocupados porque desde el principio estos dos viñedos que cultivamos se han planteado como un campo de pruebas.


¿Qué cree que va a aportar esta variedad a los vinos gallegos?


Felicísimo: Su complejidad, su alta acidez, su elegancia y su carácter frutal propiciarán -creo que ya lo está haciendo, según hemos podido comprobar con algún vino en el mercado- que dentro de menos de los que nos esperamos, la gente hable de Blanco legítimo como de la Albariño, la Godello o la Treixadura. Es una gran uva de Galicia.


En alguna entrevista hablaban de sacar al mercado las primeras botellas de Blanco legítimo en 2018, ¿se mantiene esta previsión?


Marcial: Sorprendentemente, la primavera de 2015 fue excepcionalmente buena. Nuestra idea era retirar los racimos durante el ciclo vegetativo para fortalecer las raíces de las cepas, pero ante tal alegría climática, decidimos dejar unos racimos sin arrancar para ver cómo se comportaban. Finalmente, el 28 de septiembre vendimiamos 50 kilos de uva seleccionada grano a grano del viñedo de Esmelle, que hemos elaborado en el Centro de Formación y Experimentación Agroforestal (CFEA) de Guísamo, con quiénes desarrollamos varios proyectos de I + D con esta variedad. Este vino no será comercial, pero es una buena base para saber cómo se comportara la Blanco legítimo en Ferrol. Indudablemente, si vienen un par de añadas buenas, seguramente en 2017 elaboremos un vino de carácter comercial. 

Entrevista a Pablo Fernández Coroas, viticultor y socio de “Conexión Mandeo”

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“En Betanzos se elaboran vinos de gran calidad y con muy buena capacidad de guarda”

El año pasado, Pablo Fernández Coroas y otros cuatro viticultores (Ángel Pedreira, José Luis Bouzón, Juan Naveira y Ricardo Rilo) decidieron impulsar el proyecto “Conexión Mandeo”, en el que el principal protagonista es el Blanco Legítimo.


Conocedores de los buenos resultados de la variedad y convencidos del poten
cial de Betanzos como zona productora de grandes vinos, se pusieron manos a la obra y a finales de este año ya podremos degustar dos blancos legítimos, uno en acero y otro en barrica, y un Agudelo botrítico (Chenin blanc), también en barrica. Las expectativas por lo que nos cuenta Pablo son muy buenas, así que todo hace pensar que la espera merecerá la pena.


¿De dónde viene su relación con esta variedad?


Aunque ya me habían hablado de ella, en realidad la conocí hace unos cinco años en el Centro de Formación y experimentación Agraria de Guísamo. En primer lugar me atrajo por lo novedoso, la calidad y su zona de procedencia.


Cinco viticultores, entre los que se encuentra usted, crearon en 2015 la sociedad “Conexión Mandeo”


En 2015 fue el primer año en el que empezamos a elaborar vino todos juntos, aunque algunos ya trabajábamos fincas en común. Decidimos alquilar parcelas en Betanzos, que contaban con plantaciones antiguas pero posteriores a la crisis filoxérica, fincas con muchas variedades foráneas poco interesantes, aunque también había con cepas aisladas de Blanco Legítimo. Decidimos reconvertir las viñas en algunos casos mediante injertos y en otros mediante plantación de Blanco Legítimo, con los injertos pudimos aprovechar las raíces de las cepas viejas que fueron explorando los suelos de esquisto durante decenas de años.


¿De dónde viene el nombre?


Es el río de Betanzos donde se ubican las fincas del Mandeo, que fueron las culpables de juntarnos a los cinco para trabajarlas. Aunque después fuimos consiguiendo otras fincas, las del Mandeo las consideramos nuestro pequeño “Grand Cru” particular.


¿Y por qué en Betanzos?


Creemos mucho en Betanzos como zona productora de grandes vinos, con una variedad autóctona y perfectamente adaptada que es la Blanca Legítima, con la que se consiguen vinos con una frescura y un equilibrio increíbles, y que puede dar vinos con muy buena capacidad de guarda. A todo esto hay que añadir que, tanto yo como mis compañeros, pertenecemos al Ayuntamiento de Betanzos o a su área de influencia, por lo que hacer algo importante en tu tierra siempre es un aliciente.


¿Con qué nos sorprenderá “Conexión Mandeo”?


Esperamos poder salir este año al mercado con tres elaboraciones diferentes, dos con Blanco Legítimo, una en acero y otra en barrica, y una tercera con un sorprendente Agudelo botrítico, también en barrica. De momento tiene todo muy buena pinta, y no nos sorprende demasiado ya que conocíamos su potencial. Cuando en otras iniciativas los resultados no han sido los esperados, creo que se debió a algún problema en la elaboración, en el manejo de campo o en la elección de los suelos y orientaciones.


Procuramos cuidar mucho todas esas facetas. Contamos con la experiencia de uno de los socios que lleva trabajando 25 años con esta variedad y con la ayuda del Centro de Formación y Experimentación de Guísamo, que siempre está dispuesto a colaborar con los viticultores de Betanzos. Las elaboraciones del 2015 de momento no tienen fecha de salida, tenemos que esperar a ver como evolucionan, pero si me pide una estimación creo que pueden estar en el mercado a partir de julio el Branco lexítimo en acero, y hacia finales de año o principios de 2017 las dos de barrica.
 

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Entrevista a Ricardo Rilo, director de Bodegas Rilo

“El primer vino con esta uva lo elaboramos en 2001 y ya vimos que tenía gran potencial”

Ricardo Rilo dirige la bodega familiar situada en el municipio de Bergondo que lleva más de 20 años dedicada a la elaboración y envasado de vinos de mesa. Rilo es uno de los más firmes defensores de los Vinos de la Tierra de Betanzos y del Blanco legítimo, variedad con la que elabora varios vinos, entre ellos uno dulce que ha conquistado a todos.


¿Cuál fue su primera toma de contacto con el Blanco legítimo?


Cuando nación la Indicación Geográfica Protegida “Betanzos” empezamos a experimentar y el primer año hicimos vino con distintas variedades, que no nos gustó demasiado. Seguimos buscando y descubrimos la Blanca legítima. El primer vino con esta uva lo elaboramos en 2001 y vimos que tenía gran potencial, así que nos decidimos.


¿Ya tenían plantada esta variedad?


Bueno, en 2008 compramos una finca en Bravío de 1,7 hectáreas, que en un 80% ya estaba plantada con Blanco legítimo. El resultado ha sido tan bueno que pensamos ampliar al 100%, ya que el 20% restante estaba plantado con Godello y no nos ha dado el resultado que esperábamos.


Hábleme de su vino dulce


Surgió en el año 2010, cuando vendimiamos uva en el mes de noviembre y decidimos hacer un vino dulce. El resultado ha sido realmente espectacular, como lo demuestran las críticas que ha recibido.
¿Pero cómo se defiende un vino de treinta y cinco euros?


Hay que pensar que estamos hablando de un vino dulce, un vino para ocasiones especiales. Además, el elevado precio se justifica en que hay poquísima cantidad porque su rendimiento está en torno al 10 ó 15% por kilo de uva, y que, además, es un vino de 2010.


¿Cómo definirá el Blanco legítimo para alguien que aún no lo haya probado?


Es una variedad de gran expresividad aromática, y en boca está muy bien compensada su acidez con el grado alcohólico.


¿Además del vino dulce, creo que tienen otro vino seco con esta variedad?
Sí, el Castro de Untía, un vino procedente de muestra finca A Peregrina.


Origen información: Cepas y Vinos

Entrevista a Antonio Saborido López, de Bodegas Antonio Saborido


Bodega Antonio Saborido

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Entrevista a Antonio Saborido López, de Bodegas Antonio Saborido

“No quiero hacer un vino comercial que siempre sea igual, prefiero elaborar cosas pequeñas y personales”

Tras un vida en la mar como armador de palangre, Antonio Saborido se vio forzado un día a dejar esta actividad por cuestiones de salud. Ese cambio profesional ha sido finalmente una bendición ya que le ha permitido dedicarse en cuerpo y alma a la bodega familiar, dando el paso de modernización y calidad que requerían los nuevos tiempos. Sus vinos “Xirpin”, “Raposo de Xirpin” o “Miúdo” son pequeñas joyas muy valoradas por los entendidos. Si logran hacerse con una botella entenderán el porqué.

Antes de hacerse bodeguero era armador de palangre, ¿por qué se decidió a cambiar de actividad?
Es cierto, era armador y pescaba en Marruecos, Mauritania… Por otra parte, en mi familia siempre tuvimos bodega, pero de las de antes. Mi padre vendía vino a granel a particulares de la zona. Cuando yo estaba en casa, le ayudaba a podar y le echaba también una mano en la bodega. Año más tarde me diagnosticaron un problema de salud que me obligaba a ponerme anticoagulantes y no podía ir a la mar, así que me vi obligado a cambiar de oficio. En ese momento decidí que lo mejor era profesionalizar la bodega.


¿Fue muy largo ese proceso?
Estuvimos varios años acondicionando la bodega y aún tardamos algún tiempo en conseguir la Identificación Geográfica Protegida Barbanza e Iria, y no me refiero sólo a mí, éramos un grupo de bodegas. Cuando finalmente la conseguimos, ya empezamos a hacer el vino con nuestra marca. La marca que tenía antes era una dorna (como logo) y le puse el nombre de “Xirpin”, que así se llama una de nuestras viñas. La gente se pensaba que el xirpin era la embarcación, cuando en realidad lo de la dorna lo elegí para recordar esa vinculación mía con el mundo del mar. Ahora tengo más vinos: dos “Xirpin”, otro que se llama “Raposo de Xirpin” y un “Miúdo”.


¿Cuántos vinos tenían al principio?
Teníamos uno, una mezcla de 60% de Albariño y 40% de Blanca Legítima. Como vi que que al mercado le interesaba mucho esta última variedad, además de mantener el vino original, elaboré un monovarietal de Blanca Legítima de cepas bicentenarias, y otro monovarietal de Albariño de cepas centenarias.


En Galicia, donde muchos cambiaron las variedades autóctonas por otras de mayor rendimiento, qué les llevó a conservar las cepas de Blanca Legítima tantos años
Eran unas uvas que necesitaban un ciclo más corto para estar óptimas, pero les afectaba la botrytis. No obstante, cuidándolas mucho en el último tercio de la cosecha, se conseguían salvar. Así que me padre decidió mantenerlas y no meter variedades de otros lugares. Algo que como se ve, fue un gran acierto.


¿Su padre vivía cuando se montó la bodega actual?
Sí, se murió hace tres años con 96. La verdad es que estaba muy orgulloso de los nuevos tiempo, a todo el mundo le daba a probar su vino.
 
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Sus vinos forman parte de la IGP Barbanza e Iria, ¿es difícil hoy en día estar fuera de una denominación de origen?
Estar dentro de una IGP ayuda, yo estoy muy contento. Hay quien me dijo que intentase pasarme a la Denominación de Origen Rías Baixas pero a mí no me interesa, yo no quiero hacer un vino comercial, que siempre sean iguales, me interesa hacer cosas pequeñas y personales. No me gusta la comercialización estándar de todos los vinos iguales.


¿Qué producción tienen sus vinos?
De la Blanca Legítima hice 1.000 litros, del Albariño centenario hice otros mil, y después hice 4.000 de “Xirpin”. Tengo 1.100 de Caíño y 1.000 de Mencía. El vino lo vendemos básicamente por esta zona y también en Santiago, en restaurantes y vinotecas.


Usted vivió de forma directa el mundo del mar, como armador, y ahora se encuentra inmerso en el mundo del vino, ¿cuál le ha dado más satisfacciones?
Son diferentes, la mar fue siempre mi vida, saqué muy joven el título de capitán de pesca y seguí en la mar muchos años, primero trabajando para fuera y después en mi propia empresa. Podía venir a casa frecuentemente porque había otro patrón. El mundo del mar era muy difícil, sobre todo ahora, en aquel tiempo te ganabas mejor la vida, a pesar de los temporales. Era mucho más fácil en aquel tiempo pescar y vender, hoy en día el previo del pescado en lonja está igual que hace 15 ó 20 años. Ahora los gastos se han incrementado un montón (carburante, carnada…), la normativa cada vez es más exigente. Nosotros íbamos al pescado minoritario, que se vendía muy bien, pescado de calidad y que requiriese poco tiempo en la mar.


Primero en la mar, y ahora en las viñas, lo suyo es estar siempre pendiente del tiempo
Pues sí (risas). No es un trabajo de oficina, que no tendría esos sobresaltos.


¿Y la vendimia de este año como espera que sea?
Este año no va a ser muy bueno, por lo menos en esta zona. Al Albariño le atacó el mildiu e hizo una escabechina. Después las lluvias que hubo en la floración tampoco ayudaron, va a haber poco de Blanca Legítima, poco de Albariño y el Mencía está ahí, ahí, y de Caíño tambiém habrá algo menos que otros años. En mi caso el Albariño fue el más afectado. Este año las uvas no tienen agua, no están rellenas, tenía que haber llovido. La agricultura es así, un año es totalmente diferente a otro.


Hablábamos antes de lo difícil que era poner un marcha una bodega cuando no hay nadie detrás que siga con el proyecto, ¿en su caso tiene garantizado ese relevo generacional?
Creo que sí, tengo un hijo interesado en este tema, y una hija que estudia Enología, así que por esa parte estoy bastante tranquilo.


Origen información: Cepas y Vinos

lunes, 21 de noviembre de 2016

El comercio marítimo mundial navega a un ritmo insostenible. Las grandes navieras han aumentado sus flotas en plena caída de la demanda, lo que las aboca a un futuro incierto


El comercio marítimo mundial navega a un ritmo insostenible

Las grandes navieras han aumentado sus flotas en plena caída de la demanda, lo que las aboca a un futuro incierto

Uno de los barcos de carga de contenedores más grandes del mundo, propiedad de la china COSCO. EFE
Xavier Fontdeglòria

Pekín 
Demasiados barcos nuevos para una carga cada vez más escasa. Las empresas navieras operan con buques más grandes para ahorrar sin que se genere carga suficiente para llenarlos. Este desequilibrio, que se agranda año tras año, ha provocado el desplome de los precios y está llevando al límite la rentabilidad de las operaciones del sector y de las navieras. Las empresas que ahorraron durante la época de vacas gordas intentan salir a flote con fusiones en un mercado ya de por sí en muy pocas manos. Las que no, se han visto abocadas a la quiebra por la fuerte crisis que vive el sector en el comercio mundial.

La industria no se ha ajustado a la nueva realidad del sector. Si bien por primera vez en la historia el volumen del comercio marítimo mundial superó los 10.000 millones de toneladas, los envíos se expandieron en 2015 un 2,1%, la tasa más baja desde el estallido de la crisis financiera internacional. Por el contrario, la capacidad de la flota mundial creció un 3,5% en el mismo periodo. En el segmento de los contenedores la diferencia es aún más abrupta: mientras la carga crece a un ritmo del 2%, el tonelaje que los buques pueden transportar un 8% más.


 En el aumento de la oferta está el empecinamiento de las navieras en encargar buques más grandes ahorrar. Las grandes compañías apostaron por esta estrategia a mediados de la década pasada, con el precio del combustible en máximos y una rápida expansión del comercio internacional como telón de fondo. El objetivo era aprovechar las economías de escala, es decir, lograr reducir los costes de transportar cada contenedor al aumentar la cantidad en cada trayecto.


MÁS INFORMACIÓN 
En el auge y posterior declive de la demanda está, fundamentalmente, China. En menos de quince años, el gigante asiático multiplicó sus importaciones casi por siete, y las navieras ampliaron sus recursos para saciar este apetito. “La concentración del crecimiento en China aumentó la vulnerabilidad del comercio marítimo a las fluctuaciones que afectan a la demanda y el desempeño económico del país”, asegura la Conferencia de Naciones Unidas para el Comercio y el Desarrollo (UNCTAD, en sus siglas en inglés), en su último informe del sector.

Giro considerable

Esto se ha notado cuando el sostén sobre el que se apoyaba la industria ha dado un giro considerable: el gigante asiático ha pasado de crecer de casi un 10% anual en 2011 al 6,7% actual y su cambio de modelo económico ha hundido el transporte mundial de materias primas. Especialmente significativo es el descenso del transporte de carbón (-6,9% en 2015, la primera caída en tres décadas) o el frenazo del de hierro (1,9% en 2015 frente al 12,5% de 2014).



Las 10 mayores navieras del mundo
Variación entre 2014 y 2015

Ingresos
Capacidad de carga
Maersk (Dinamarca)
-15,3
9,6
MSC (Suiza)
0
8,3
CMA CGM (Francia)
-6,4
10,8
COSCO (China)
-14,2
5,5
Hapag-lloyd (Alemania)
29,9
0,4
Evergreen (Taiwán)
-7,3
0,3
Hamburg Süd (Alemania)
16,8
14,6
Hanjin (Corea del Sur)
-9,1
8,9
Orient Overseas Container Line (Hong Kong)
-8,7
8,3
Neptune Orient Lines (Singapur)
-30,1
-6

Pero a pesar de la crisis financiera en 2009 y la ralentización china, las grandes navieras decidieron seguir con su estrategia de aumentar capacidad —el tamaño medio de los nuevos barcos ha crecido un 132% en los últimos siete años— y decidieron entrar en una guerra de precios para arrebatar clientes a los competidores y llenar los buques.

Según datos de la UNCTAD, las tarifas por transportar un contenedor estandarizado de seis metros desde Extremo Oriente hasta Sudamérica, el Mediterráneo y el Norte de Europa han caído en los últimos cinco años un 80%, 65% y 58%, respectivamente.



Con los precios actuales, las navieras apenas pueden cubrir costes. “El sector cree que barcos más grandes hacen sus compañías más competitivas porque reducen el coste unitario, pero las tarifas bajas hacen la competencia aún más intensa y alimentan un círculo vicioso del que es difícil de salir”, asegura Zhang Shouguo, vicepresidente de la Asociación de Armadores de China. Los nuevos barcos pendientes de entrega en los próximos años serán aún más grandes que los actuales.



Las consecuencias de este escenario empiezan a ser visibles. De las diez mayores navieras del mundo, siete han visto reducidos sus ingresos y solamente dos aumentaron beneficios en 2015. El sector está inmerso en una oleada de fusiones y adquisiciones para tratar de reducir costes, pero la situación no ha mejorado. “Varias compañías están al borde de la bancarrota, por lo que su coste de adquisición es barato. Pero sin más autodisciplina, no creo que las fusiones puedan resolver todos los problemas”, apunta Zhang.


Esta concentración del sector abre una brecha entre los operadores de gran tamaño y los medianos y dirige la industria en la práctica hacia un oligopolio. Según datos del grupo BRS, las cinco navieras más grandes controlarán a finales de 2016 más del 50% del mercado, comparado con el 23% que dominaban en 1996.


Muchos de los gigantes navieros tienen a sus espaldas el gobierno de su país, bien sea directamente en su accionariado o mediante la concesión de ayudas públicas o líneas de crédito preferente de entidades financieras públicas. El Ejecutivo taiwanés, por ejemplo, acaba de aprobar un paquete de rescate valorado en casi 1.800 millones de euros para evitar el colapso de sus gigantes navieros. Los operadores más pequeños, que carecen de esta protección, muy probablemente se enfrentan o bien a una absorción por parte de alguno de los grandes o a la "expulsión" del mercado, es decir, la bancarrota, avisa la UNCTAD.

La quiebra de la naviera surcoreana Hanjin, un aldabonazo para el sector


No todos los gigantes navieros han tenido la suerte de contar con una sólida posición financiera o la ayuda estatal en esta particular travesía en el desierto. La naviera surcoreana Hanjin, la octava del mundo por cuota de mercado, se declaró en suspensión de pagos el pasado septiembre después de que su principal acreedor le negara una nueva línea de crédito y se quedara sin liquidez hasta tal punto que no tenía capacidad para hacer frente a sus gastos corrientes.
El caso dejó de un día para otro decenas de barcos fondeados en los mares del mundo, bien porque los operadores portuarios no quisieron atenderlos o por el temor de la empresa a que los acreedores los incautaran como garantía de pago.
Dos meses después, la compañía ha logrado reunir los fondos suficientes para desbloquear la situación de sus barcos, pero está tratando de vender varios de sus activos para sobrevivir. Con una deuda que a finales de junio alcanzaba los 4.780 millones de euros, un tribunal de Seúl decidirá en febrero la suerte de la compañía: si sigue adelante -aunque a mucha menor escala-, o si se procede a liquidarla.


Origen información: El País