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lunes, 16 de abril de 2018

Spagna e Cile cercano di “assomigliare” all’Italia ... Comentario de / Comment of Wines Inform Assessors

Spagna e Cile cercano di “assomigliare” all’Italia


Mentre l’Italia del vino spesso teme di la sua incredibile biodiversità vitienologica, Spagna e Cile cercano di dare un’immagine più complessa della loro offerta enologica per aumentare la propria reputazione e il posizionamento dei propri vini






 Fabio Piccoli


Come spesso ci accade prendiamo spunto da un editoriale e due interessanti servizi di The Drink Business dedicata alla Spagna e al Cile.
In particolare, nell’editoriale del direttore responsabile, il master of wine Patrick Schmitt evidenzia come i due Paesi produttori non solo sono accomunati dalla lingua ma anche dal tentativo di rinnovare la loro immagine.

Un rinnovamento dell’immagine" scrive Schmitt "basato sulla comunicazione di una maggiore complessità ed eterogeneità della loro offerta enologica.
La Spagna, infatti, spiega il noto master of wine inglese, vuole ora essere conosciuta per qualcosa di più vario e ricco di sfumature: rossi freschi, di potenza media, senza dolcezza eccessiva associata a frutta cotta al sole, a livelli alcolici elevati e a sentori di vaniglia derivanti dalle barrique nuove.
Un cambiamento di reputazione che parte dalla modifica degli approcci produttivi nelle sue regioni vitivinicole più note, ma anche dall’evoluzione di altre aree produttive oggi meno note, come quelle situate nel nord-ovest del Paese dove oggi si producono bianchi più freschi ma anche rossi dallo stile più leggero.
Anche il Cile, secondo il direttore di The Drink Business, vuole uscire dalla reputazione di essere solo un Paese capace di produrre rossi dai colori intensi, soprattutto frutto del Cabernet Sauvignon, a prezzi incredibilmente bassi considerando la qualità costante della sua produzione.
Sta pertanto cercando di ricostruirsi un’immagine evidenziando la natura varia dei suoi vini più pregiati, che provengono da terroir molto distintivi: da vigneti che delimitano i deserti a nord e le aree ghiacciate a sud, senza dimenticare quelli vicini alle coste fresche dell’ovest e le montagne ad est..
È con questo messaggio di diversità, o regionalità, che il Cile vuole aumentare i suoi prezzi medi. Non a caso, Wines of Chile, ha dichiarato che d’ora in poi promuoverà solo vini con un prezzo fob superiore a 60 dollari Usa.
Leggendo queste opinioni, sulle quali concordiamo pienamente, del direttore del noto magazine economico inglese, come non pensare subito alla nostra Italia del vino che ha esattamente le caratteristiche che oggi Spagna e Cile vogliono evidenziare nei loro messaggi di comunicazione e promozione.
Ma se questi due grandi Paesi produttori oggi leggono nella “diversità” una straordinaria opportunità per elevare reputazione e posizionamento dei loro vini, noi spesso neghiamo questa nostra peculiarità.
Sembriamo, infatti, quasi con il complesso della “diversità”. La sentiamo come un peso difficile da portare. Vorremmo quasi tutti essere “Prosecco” o “Amarone”, “Brunello di Montalcino” o “Barolo”. E allora ci nascondiamo quasi sempre, e a pagarne le spese sono inevitabilmente i prezzi di molti nostri vini e la nostra reputazione sui mercati.
Ci piace pertanto pensare a questo prossimo Vinitaly come l’occasione per gridare il nostro orgoglio di rappresentare la più vasta biodiversità vitienologica al mondo. E sfidiamo chiunque a dire il contrario.


Fonte informazioni: WineMeridian


Comentario de / Comment of Wines Inform Assessors:


Absolutamente de acuerdo con Fabio en que es importante ampliar el número de variedades de uva que se ofrecen a los consumidores. Muchas de estas variedades han desaparecido por el abandono del campo o simplemente por falta de cultura y de valorr las cosas.
La recuperación de variedades de uva que se da en España responde a una acción positiva de algunas bodegas y no se trata de entrar en guerras comerciales y de imagen de quien tiene mayor numero de varietales,si no de estar contento de que esta mentalidadse generalice en todos los países
Wines Inform Assessors
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Absolutely agree with Fabio that it is important to expand the number of grape varieties that are offered to consumers. Many of these varieties have disappeared due to the abandonment of the countryside or simply for lack of culture and to value things.
The recovery of grape varieties that occurs in Spain responds to a positive action of some wineries and it is not about entering into commercial and image wars about who have more varietals, if not to be happy that this mentality generalizes in all the countries
Wines Inform Assessors

martes, 30 de mayo de 2017

Italia, il vigneto più “biodiverso” al mondo (Oiv) ... Comentario / Comment of Wines Inform Assessors

Italia, il vigneto più “biodiverso” al mondo (Oiv)



L’Italia è, di gran lunga, il Paese con la maggiore diversità vinicola. Non lo dice solo il numero superiore ad ogni altro Paesi di vini Dop e Igp (oltre 520 in totale), ma anche il fatto che il 75% della sua superficie vitata (690.000 ettari in totale, di cui 650.000 per l’uva da vino, ndr) è composto dagli 80 vitigni più coltivati.

Una enormità, rispetto ai poco meno di 40 del Portogallo e ai poco più di 30 della Romania, che seguono il Belpaese in questa particolare classifica redatta ll’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino, che con il dg Jean-Marie Aurand ha presentato il suo “Bilancio 2017 sulla situazione vitivinicola mondiale” nel Congresso mondiale della vigna e del vino a Sofia, in Bulgaria.

Che, in sostanza, conferma tutti i dati annunciati nel “punto di congiuntura” presentato in aprile, nei giorni di Vinitaly (una superficie vitata mondiale a 7,5 milioni di ettari, una produzione di uva 2016 sui 75 milioni di tonnellate, una produzione di vino stimata sui 267 milioni di ettolitri ed un consumo sui 241, https://goo.gl/dLUWth, ndr), ma che approfondisce proprio l’aspetto dei vigneti.

Con l’Italia che, come detto, vede nei numeri Oiv certificata la sua reale biodiversità vitivinícola, ampiamente superiore anche ai suoi principali competitor come Francia e Spagna, che vedono il 75% dei loro vigneti coperto da meno di 15 varietà. In particolare, emerge dai dati Oiv, in Italia il vitigno più coltivato è il Sangiovese, che rappresenta l’8% del vigneto totale, seguito da Montepulciano, Glera e Pinot Grigio (4% a testa) e dal Merlot (3%), mentre gli altri vitigni pesano per il 77%.

Di contro, in Francia, il vitigno più coltivato è il Merlot (14% del vigneto transalpino totale, che conta 785.000 ettari), seguito dall’Ugni Blanc (o Trebbiano Toscano) e dal Grenache (10% a testa), dal Syrah (8%) e dallo Chardonnay (6%), con queste cinque varietà che da sole valgono il 48% del totale. Situazione ancora più polarizzata in Spagna, dove il grosso del vigneto (975.000 ettari, il più vasto al mondo) è fatto da Airen (22%) e Tempranillo (21%), e poi Bobal e Garnacha

Comentario / Comment of Wines Inform Assessors:


Esta situación está cambiando y cada vez hay mayor atención a las excelentes variedades olvidadas (Mencía, Xarel·lo, Callet, ..) frente a una tendencia de hace años de producir con otras variedades de "fama" internacional , en que se pensaba que permitirían vender mejor.


Wines Inform Assessors
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This situation is changing and there is increasing attention to the excellent forgotten varieties (Mencía, Xarel·lo, Callet, ..) in the face of a tendency of producing with other varieties of international "fame", in which it was thought that Would allow to sell better.

Wines Inform Assessors






Fonte di informazione: WineNews

jueves, 15 de septiembre de 2016

El director general de Raventós i Blanc, Pepe Raventós, concluye su aventura americana. Comentario de Wines Inform Assessors:Precios de uva


EE.UU. concentra la mitad de sus exportaciones

El último indiano

El director general de Raventós i Blanc, Pepe Raventós, concluye su aventura americana




El director general y jefe de enología de Raventós i Blanc, Pepe Raventós, ha concluido con éxito su aventura americana. Se trasladó a Manhattan hace cinco años para fijar su residencia, desde donde ha dirigido la bodega de Sant Sadurní d’Anoia, y conquistar el mercado americano. Ha conseguido que la facturación pasara en el último lustro de los 4,8 millones de euros a los 7 millones con los que espera cerrar este año.

En este periodo han incrementado un 17% el precio medio de sus productos en exportación. En el último ejercicio situaron sus ventas en 6,6 millones de euros y este año han invertido 480.000 euros en nuevas plantaciones y en mejoras vitícolas, en prensas neumáticas y en la recepción de las uvas. En cierto modo, Raventós ha emulado más de un siglo después la experiencia de los indianos catalanes, los emigrantes que retornaron a su casa enriquecidos tras su aventura americana.

Actualmente el 50% de las ventas de la firma se dirige a los mercados internacionales y Estados Unidos es su principal bastión, donde se concentra la mitad de sus exportaciones. En 2001 Raventós i Blanc facturaba 2,4 millones de euros y sólo exportaba el 10% de la producción.

Raventós afirma: “Quería volver a mi tierra, a tocar lo verdadero y a trabajar en la viña”. Emprende ahora nuevos proyectos, como el de una nueva bodega en el Penedès junto con Francesc Escala, en la que concentrarán todos sus vinos tranquilos excepto el Silencis. La inversión rondará el millón de ­euros.

Para el próximo mes de octubre también prepara el lanzamiento en Nueva York, Chicago, San Francisco, Londres y en el mercado local de los primeros vinos naturales (sin sulfitos añadidos) de la bodega bajo la marca Naturals de Pepe Raventós. Serán dos vinos tranquilos (monovarietales de bastard negre y xarel·lo) y un espumoso de xarel·lo elaborado siguiendo el método ancestral.

Mientras tanto, sueña con un nuevo Penedès vitivinícola que sea capaz de valorizar sus uvas y llegar a pagar a los productores un euro de precio medio por el kilo de uva de calidad. En Raventós i Blanc pagan ahora por encima de los 60 céntimos por kilo, cuando el precio medio esta vendimia para las variedades blancas autóctonas mayoritarias se ha situado en 45 céntimos. Le ilusiona conseguir una nueva denominación de vinos espumosos de calidad situada en el entorno del valle del río Anoia.

Opina que ello no es posible en la DO Cava, dadas las dificultades que tienen las grandes empresas del sector. “Bastantes problemas tienen ya y no pueden llegar a pagar un euro por kilo de uva”.

Origen información: LaVanguardia


Comentario de Wines InformAssessors: Precio de Uva


Recientemente hacía un comentario/recomendación en Precio uva: Datos para tomar decisiones. Comentario de Wines Inform Assessors que coincide con la acción pública de Pepe Raventós publicando el precio que paga por la uva :


Siempre recomiendo el que las bodegas hablen de sus puntos de venta para crear complicidad y facilitar las ventas, ¿por qué no podrían hablar de sus proveedores de uva y publicitar los precios que les pagan y su posible diferencia en positivo respecto de los precios de mercado así como las condiciones de trabajo y de calidad que exigen , como parte de su estrategia de darse a conocer-llamémosle marketing-?


Wines Inform Assessors

lunes, 20 de abril de 2015

Le Dictionnaire encyclopédique des cépages s'apprête à faire peau neuve. Les éditions Libre & Solidaire rééditent cet ouvrage colossal qui répertorie 10 000 cépages et qui devrait sortir en librairie courant mai.

Pierre Galet : "Le merlot était considéré comme un cépage secondaire avant le XIXe siècle"

Le Dictionnaire encyclopédique des cépages s'apprête à faire peau neuve. Les éditions Libre & Solidaire rééditent cet ouvrage colossal qui répertorie 10 000 cépages et qui devrait sortir en librairie courant mai. Son auteur, Pierre Galet, a consacré sa vie à l'ampélographie. À 94 ans, il revient sur quelques épisodes marquants de son immense carrière.

Pierre Galet, l'auteur du Dictionnaire encyclopédique des cépages.

 

La RVF : Quel est l’endroit du monde le plus surprenant dans lequel vous avez trouvé et étudié la vigne ?
Pierre Galet
: C’est sans doute l’Afghanistan, où j’ai été envoyé par le ministère des Affaires étrangères en septembre 1967. Ce pays était alors méconnu en France, je n'ai pas pu trouver de carte géographique disponible. J’ai heureusement pu retrouver sur place un de mes anciens étudiants qui travaillait au Ministère de l’Agriculture et qui m’a confié un de ses jeunes employés pour m’accompagner à travers le pays. Dans une Jeep russe appartenant à l’ambassade française de Kaboul, j’ai visité tous les vignobles afghans, en suivant des pistes difficiles, et en montant à plus de 3.500 mètres d'altitude. J’ai ainsi fait un herbier, que je conserve chez moi depuis, et publié l’étude des cépages dans la revue allemande Vitis en 1970. Depuis, avec les guerres, beaucoup de vignes ont surement été détruites ou remplacées par la culture du pavot, plus rentable.


La RVF : Y a-t-il un cépage non utilisé en France que vous aimeriez voir se développer ?
Pierre Galet
: Je pense au cépage hongrois Furmint, qui entre dans la composition du célèbre Tokaj. Dans ma jeunesse, j’ai bu et analysé des vins de ce cépage, cultivés en Costière de Nîmes, à Capestang (Hérault) ou dans l’Aude. On obtenait alors un vin blanc liquoreux, très parfumé et alcoolique. Ce cépage était souvent cultivé par des descendants des officiers de Napoléon, qui avaient rapporté le cépage en France, et qui en buvaient notamment le 2 décembre en souvenir de la victoire d’Austerlitz !


La RVF : Certains de vos travaux ont-ils provoqué des désordres ?
Pierre Galet
: En 1980, j’ai été invité par le gouvernement brésilien pour étudier les cépages cultivés dans ce pays et pour identifier un cépage vendu sous le nom de Sauvignon. Il s’agissait en réalité d’un hybride de Seyve-Villard : le 5.276, connu en France sous le nom de Seyval. Ce plant avait été volontairement introduit par un ancien directeur d’une station agronomique, qui trouvait le véritable sauvignon trop sensible aux maladies. Évidemment, le vin issu de ce cépage était très différent du sauvignon. Quand je suis retourné au Brésil, l’année suivante, les viticulteurs étaient mécontents, car les banques refusaient de leur prêter de l’argent pour faire les vendanges d’un cépage ordinaire. Autre exemple : en 1971, on vendait au Chili un vin blanc de pinot bianco, synonyme pour les Chiliens de chardonnay, mais j’ai découvert que le plant cultivé sous ce nom était en réalité le chenin, vendu autrefois sous le nom de pinot blanc de la Loire.


La RVF : Que pensez-vous de la façon dont les AOC envisagent les cépages en France ?
Pierre Galet
: Lors de la création des AOC en 1935, il avait été prévu un encépagement tenant compte des usages locaux. Si l’on envisage de modifier l’encépagement, on va modifier les vins et nous perdrons, à juste titre, des consommateurs. Par exemple, le merlot n’était considéré, avant le XIXème siècle, que comme un cépage secondaire. Il n’était même pas mentionné sur la liste des cépages de la subdélégation de Pauillac, ni dans le livre de Jullien en 1816. La première description a été faite en 1857 par Rendu dans son livre où il mentionne "qu’il s’allie bien avec le malbec et le cabernet sauvignon et qu’il est admis dans les grands crus du Médoc". Actuellement c’est le premier cépage noir cultivé en France avec 114.000 hectares. Il devance largement le cabernet sauvignon (53.000 ha) et le cabernet franc (35.000 ha) car il donne des vins plus souples, moins riches en tanins, et donc commercialisables plus tôt.


La RVF : L'appellation muscadet envisage d'introduire le colombard dans son cahier des charges, qu'en pensez-vous ?
Pierre Galet
: Le nom de Muscadet est propre au cépage bourguignon melon, introduit dans la région après le terrible hiver de 1709, par le roi Louis XIV qui paya les plants sur sa cassette personnelle. Apporter du colombard, cépage charentais, n’est pas souhaitable car on ne produira plus le même vin.


La RVF : Que pensez-vous des cépages dits "hybrides" ou "résistants", peu utilisés en France mais répandus en Suisse ou en Allemagne par exemple ?
Pierre Galet
: En 1958, le vignoble français comprenait 406.000 hectares de cépages hybrides, soit 30% du vignoble. Ce vin se vendait essentiellement pour faire des coupages avec les vins d’Algérie, riches en alcool, mais pauvres en acidité, alors que c’était l'inverse pour les hybrides. Le "mélange Bercy" chez les négociants était un mélange de ces deux provenances auquel on ajoutait plus ou moins de vins d’Aramon pour ajuster au degré voulu. J’ai évidemment bu assez souvent des vins issus de cépages hybrides au cours de mes voyages, j’en ai même vinifié personnellement à Montpellier, mais je n’ai jamais obtenu des vins de qualité.


> Le Dictionnaire encyclopédique des cépages a rencontré un beau succès sur le site de financement participatif Fundovino : le projet a récolté plus de 25 000 euros pour un objectif de 20 000 euros (consulter la page du projet du Dictionnaire encyclopédique des cépages sur Fundovino).


Origine information: La Revue du Vin de France